In Italia il suicidio assistito non è libero.
È consentito solo in presenza di condizioni molto precise, fissate dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 242/2019 (caso Cappato-DJ Fabo):
• il paziente deve essere affetto da una patologia irreversibile
• deve soffrire in modo intollerabile
• deve essere tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitale
• deve essere pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli
Fuori da questi casi, aiutare qualcuno a morire resta un reato.
Ed è qui che nasce il problema.
Perché la legge (o meglio, l’assenza di una vera legge) crea una distinzione difficile da accettare:
👉 ci sono persone che possono accedere a questa scelta
👉 e altre che, pur soffrendo allo stesso modo, ne restano escluse
Non per la sofferenza.
Non per la dignità.
Ma per requisiti tecnici.
È giusto?
È giusto che il diritto alla scelta dipenda da condizioni così specifiche?
È giusto che sia una sentenza, e non una legge chiara, a stabilire chi può e chi non può?
Il punto non è essere favorevoli o contrari.
Il punto è uno solo:
👉 serve una legge chiara, che non lasci le persone nel limbo.
Perché quando il diritto arriva solo a metà,
a pagare sono sempre i più fragili.
Avv. Angelo Greco
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